Perché NON siamo certificati FairTrade o Bio

Cosa c’è che non va nel meccanismo della certificazione?

Quali “garanzie” per chi beve il nostro Caffè?

Il progetto Caffè Malatesta è nato con l’obiettivo di diffondere la cultura e la pratica della solidarietà e del mutualismo tra lavoratori, scegliendo quindi di lavorare solo materie prime prodotte da contadini dignitosamente riconosciuti per il proprio lavoro e proveniente da coltivazioni tradizionali e naturali.

Quando si vogliono avere garanzie rispetto alle condizioni lavorative di chi coltiva Caffè (come di molti altri prodotti agricoli e non) le strade sono due: o si cerca di instaurare relazioni dirette con le comunità indigene, inizialmente attraverso associazioni e cooperative europee che si occupano di progetti di solidarietà in loco, oppure ci si affida al meccanismo della certificazione, dove un grande ente internazionale stabilisce i parametri che devono essere rispettati.

Molti piccoli e grandi importatori di Caffè verde hanno ormai consolidato la presenza, all’interno dei propri listini, di Caffè certificato FairTrade e Biologico, aprendosi ad un mercato che, sebbene sia ancora di nicchia, guadagna sempre più terreno rispetto al Caffè convenzionale che è quasi sempre strappato a prezzi da fame a chi lo ha coltivato. Se da un lato quindi cresce la critica alle dinamiche predatrici del mercato convenzionale, e dunque crescono i consumi di prodotti “etici”, d’altro canto si perdono e si snaturano completamente la pratica e il significato della solidarietà e del mutualismo tra soggetti che, da territori e culture diverse, cooperano per l’accrescimento collettivo.

Caffè certificati FairTrade e Bio compaiono sugli scaffali dei supermercati, distribuiti dai grandi importatori, pubblicizzati, lavorati e venduti dal sistema industriale e commerciale di massa… Un prodotto indistinto in mezzo ad altre migliaia, dove la certificazione diventa un semplice marchio espositivo fagocitato dal marketing, la cosiddetta “eticità” uno strumento per ampliare il target dei consumatori, per “stare al passo” con il nuovo capitalismo verde e solidale…

Certo, non possiamo negare il ruolo che ha avuto il circuito del commercio equo e solidale nel creare spazio e possibilità ad un modo diverso di produrre e consumare, ma allo stesso tempo riteniamo che il meccanismo della certificazione, ingigantitosi ed accolto a braccia aperte nel mondo speculativo delle grandi corporation, sia di fatto funzionale all’integrazione del movimento di alternativa al capitalismo in un nuovo capitalismo “moderato”, che mantiene tutte le armi di sempre salvo l’indossare un volto caritatevole e filantropico.

Perchè una piccola torrefazione a gestione collettiva come la nostra, interessata alla dignità di chi coltiva e non al marchio da esibire, dovrebbe pagare delle royalties (per giunta salate…) per poter torrefare un Caffè FairTrade o Bio? Spiace dirlo, ma un sistema del genere non fa altro che premiare le grandi multinazionali (che non hanno certo problemi di ristrettezze economiche) nel momento in cui, incoraggiate da studi di mercato, scelgono di aprire una linea “fair” o “eco” per i consumatori “attenti”, quando è da decenni (se non molto di più) che lucrano sulla pelle di quelle stesse popolazioni di cui oggi si proclamano benefattori (pensiamo a Starbucks, ad esempio…).

Forse siamo testardi e poco interessanti al nuovo business dell’etico da vetrina, ma crediamo ancora che le nostre pratiche debbano sottendere uno scambio solidale tra soggetti che si pongono in una relazione paritaria, per produrre autosussistenza e benessere collettivo. Al contrario vediamo un sistema che è stato incorporato dal consumismo e dal produttivismo, finendo per essere un “bollino” da etichetta come tanti altri, comprato e usato per dare più lustro e appetibilità ad una merce fra tante.

Ecco perché riteniamo che il sistema della certificazione FairTrade non sia da combattere, ma da superare.

Per tutte queste ragioni abbiamo adottato modalità diverse per avere garanzie sulle condizioni sociali e lavorative di chi ha coltivato il Caffè che ci troviamo tra le mani. Certo non è semplice, ma crediamo che la collaborazione con associazioni e cooperative che si occupano di solidarietà nelle zone a vocazione caffeicola, o meglio ancora la relazione diretta con le comunità indigene siano le forme di garanzia più feconde, affidabili e socialmente positive.

In molte discussioni, a volte anche accese, ci siamo trovati ad interrogarci su come il “consumatore” (figura di per sè problematica) possa avere strumenti e conoscenze utili a riconoscere un Caffè solidale (equamente retribuito e importato rispettando le esigenze e i problemi delle comunità) da un Caffè generico. In altre parole, come possiamo dare garanzie a chi acquista il Caffè, senza nessun ente internazionale che certifichi il rispetto di precisi parametri? Certamente la cosa diviene problematica quando il pacchetto di Caffè torrefatto viene esposto sugli scaffali di un supermercato, senza nessuna storia alle spalle, nessun racconto che ne narri l’origine e il percorso. E’ in quel contesto, quello della grande distribuzione spersonalizzata, che nasce l’esigenza della certificazione.

Per chi invece, come noi, sceglie di distribuire all’interno di circuiti solidali (G.A.S., circoli, centri sociali, associazioni, reti informali, piccole botteghe…) la problematica assume tutt’altro contorno: abbiamo preferito e preferiamo tuttora dialogare e incontrare direttamente chi beve il nostro Caffè, opponendo alla freddezza di un marchio il calore di un dibattito, di una visita al nostro laboratorio, di una relazione di conoscenza reciproca, prolungata e diretta.

Sappiamo di non essere i soli a camminare su questo sentiero e ci fa piacere che molti produttori e altrettanti Gruppi d’Acquisto scelgano di dare alla certificazione un peso relativo, o quantomeno di interrogarsi insieme a noi su questi problemi.

Firma Con Citazione Malatesta